Melampo

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Affascinato da sempre dal Dialogo di Federico Ruysch e le sue mummie (1824) di Giacomo Leopardi, la prima intenzione fu quella di musicarne il coro iniziale. Ritenni però poco immediata la fruizione delle parole leopardiane e mi fermai solo all'idea di un contatto casuale tra il mondo nostro e quello di là. Ne è rimasta l'idea del coro incomprensibile proveniente dai morti, chiaro riferimento agli esperimenti psicofonici dei quali andavo ghiotto da ragazzo.
Decisi di farcire il discorso con altri elementi tratti da contesti molto diversi quali le idee di Carlo Ginzburg espresse nelle sua Storia notturna (1989) in cui relaziona il simbolismo dei piedi e il regno dei morti (non per nulla un personaggio della mia storia si chiama Claudio) citando il mito di Edipo, la fiaba di Cenerentola, la figura mitica di Melampo e immagini tratte da una lamina d'oro orfica (IV sec. a.C.) il cui testo originale recita:

Troverai a destra delle case di Ade una fonte,
e accanto a essa eretto un bianco cipresso:
a questa fonte non avvicinarti neppure.
Più oltre troverai la fredda acqua che scorre
Dal lago di Mnemosyne. Vi stanno innanzi custodi,
ed essi ti chiederanno a qual fine sei venuto fin lì.
A loro tu esponi tutta la verità;
dì: “Son figlio della Terra e del Cielo stellato;
Asterios è il (mio) nome. Son arso di sete: ma datemi
da bere dalla fonte”.

Anche l'idea di una musica dei morti mi parve interessante, come interessò H. P. Lovecraft in un appunto presente nel suo Commonplace book; l'idea che all'ascolto di una melodia possa rivivere il defunto a cui era associata in vita o che attraverso una giusta sequenza di suoni si aprano le porte dell'aldilà.
Se una lingua dovessero parlare gli spiriti dell'altro mondo, sarebbe per me bello fosse vocalica, a conferma delle inspiegabili formule vocaliche antiche che già musicai in Classical Music.
Alcune immagini sono tratte in qualche misura da liriche di Giorgos Seferis e Robert Lowell. E forse, pur non avendolo ancora letto al tempo della stesura dei testi, dallo spirito di Novalis e dai suoi Inni alla notte (1800). 
In Melampo si parla dell'8 novembre: nel culto romano il mundus era la fossa dedicata agli Dei Mani, coperta da una grossa lastra che veniva spostata tre volte l’anno: il 24 Agosto, il 5 Ottobre e l’8 Novembre. Questa festività risulta essere una delle più oscure e misteriose tradizioni del mondo romano, di probabile discendenza etrusca. Nei giorni (dies religiosi) in cui il mundus veniva aperto (patet) il mondo dei vivi e quello dei morti erano in comunicazione, con tutte le ovvie implicazioni che questa idea poteva avere sulla realtà quotidiana e sulla psiche delle persone del tempo.

Melampo (La musica dei morti)

Ecco Arianna che cammina, porge un dono e volta il viso;
stan tremando lungo il muro tutti e due ad aspettarsi
di mostrarsi l’uno all’altro.
Sono mondi separati da strutture molto antiche
e da prodigi che li tengono distanti.
A Melampo due serpenti ripulirono le orecchie
con le lingue sibilanti; una lingua sconosciuta,
tutto il suono degli uccelli, tutto il male di altri mondi
nella testa di Melampo sono decifrati dalla chiocciola che ingorga.

E Claudio arranca, avanza male
nel palazzo, un solo piede
e quella scarpa è il solo pegno o il solo segno
di un mondo nuovo, di un altro regno.

Era l’otto di novembre quando il mondo aprì se stesso
per mostrare a tutti quanti ciò che è vero,
ciò è il vero: ma la gente non capisce,
non capisce proprio niente.
“Tu ricorda di non bere dal cipresso e oltrepassa il lago freddo”.

E dalle stanze più profonde Claudio intona le vocali;
a scatti arrivano ai custodi:
coi pugnali scuoieranno i fuggitivi.

Piedi neri, piedi gonfi, piedi uniti ma diversi;
due soltanto son tornati dalle camere sul fondo
per poi essere inghiottiti anche loro dal castello,
dai custodi della scarpa di cristallo:
la barchetta è troppo stretta.

Ma la gente non capisce, non capisce proprio niente
tu oltrepassa il lago freddo e chiedi l’acqua solo allora.

La musica dei morti (Melampo)

Certe leggi son mutate: non c’è altra spiegazione;
c’è una crepa, uno spiraglio, da cui passano le voci
tutte insieme, tutte quante.
Sembra un coro che s’avanza, non distinguo le parole.
Ora un grido!
Eppure le intendo, si fanno più chiare, distinte, mi parlano…

Ho solo pochi minuti, chiedimi quello che vuoi;
poi lascia che vada al castello dai bastonatori
mi aspettano già e già voglio tornare
al mio posto sul retro a gioire da solo, a fissare il mio lago.

Usi solo sei vocali ma son chiare le figure;
nel cervello sento entrare solamente le paure:
ora basta! Voglio i segni per tracciare il mio sigillo ora!
Accadde quando l’età era a occhi stupiti: io ricordo che me n’andai.
In quel momento capii che Melampo mi avrebbe
condotto per mano dai quattro custodi
che attendono quieti che ci si disseti
violando le leggi alla fonte del mai.

Verso sera o alla mattina arrivammo sulla spiaggia
lei davanti ma di poco: la mia sporta rotolava
dentro al lago, dentro l’acqua che s’avanza sopra i piedi.
Il male vi assale perché tutto si fermerà.

Prenditi il tempo che vuoi
ma prega che l’otto novembre mi lascino andare:
io voglio sapere le giuste parole
per far spalancare le porte e vederla calzare la scarpa perduta anni fa.

Sulla bocca del mio pozzo non rimangono che i solchi
delle corde ormai spezzate.
M’avanza solo un ricordo, il resto non ci fu mai.
Nella mia stanza sul retro ora attendo i custodi:
eccoli arrivano con i pugnali, son giunti per me.





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